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"Qualcosa era successo e altri racconti" di Dino Buzzati****

Indovinate cosa ho cominciato a fare?
No... non indovinate.
Ho cominciato a riordinare la stanza del PC, quella dove ci sono i libri. C'è posta non aperta vecchia di tre o quattro mesi, ci sono biglietti di cose da fare che oramai non hanno più nemmeno significato. Ci sono cartacce, bestie morte, polvere del secondo millennio e cose che non servono o non servivano.
Ma io ho cominciato dai libri.
Intanto li sposto.
Sono tanti.
Non saprei quanti.
Ma spostarli prima o poi si deve. Magari butto qualcosa, portandolo al Banco libro. Magari recupero qualcosa che credevo per sempre prestato. O smarrito. O che non ricordavo di avere.

E mentre lo faccio vi parlo di questo libro di Buzzati.
No, tranquilli... sono i soliti tre racconti saccheggiati dai suoi 60.
Sessanta racconti che, a dire il vero, io non ho letto.
Li avevo, quando lavoravo nel posto vecchio, e credo di averli letti quasi tutti. Sicuramente i più celebri. Vuoi nella boutique del mistero, vuoi negli altri saccheggi.
Ma è capitato che ero al bar e c'erano dei libri.
Dei libri che erano lì per chi li volesse leggere.
C'era scritto che poi dovevano essere liberati.
Dopo avermi letto liberatemi, c'era scritto.
E io ci ho aggiunto con la penna "col cazzo!"
E sapete perché? Perché questo era uno dei numeri della nuova stagione (sì, lo so che non sono telefilm) del Sole 24 ore che mi mancava. E me lo tengo.
Me ne fotto che posso considerarmi ladro.
Poi tra l'altro è Buzzati, echecaz, me lo tengo.
Ma torno a mettere via libri....

Ecco... cazzo. Sono troppi. Non ce la farò in due ore.
Anche perché devo andare a more, a correre, e a sistemare due raccontini piccoli, perché voglio finire un libro. Sì. Ma ci si deve provare.
Vi parlo di questi tre racconti, intanto.
Sono perfetti. Sappiatelo.
Sono diversi, ma accomunati da una caratteristica: vi faranno stare male. 
Per motivi diversi, ma vi faranno stare malissimo.
Allora... Vi dico i tre pezzi. Due li conoscevo, il terzo no.

Quello del titolo, Qualcosa era successo, che potete leggere in giro per lo web è uno tra i più celebri. Un racconto simbolico, che usa il treno, un treno che non si ferma, che non si può fermare, e che taglia l'Italia, e che porta lontano dal posto dove tutti stanno scappando.
Un racconto che può voler dire tutto, che può avere millanta interpretazioni.
E io so di averle lette, all'epoca, ma ora non mi va di ricercarle.
Pensatela come vi pare. Nella vita sono tanti i treni su cui saliamo e che ci portano in una direzione dalla qualle tutti fuggono. C'è il nero, il baratro, la morte, la noia, il non esistere, in quella direzione.
Ma noi siamo sul treno. Guardiamo tutti intorno che si affannano ma nulla facciamo per.
E cosa potremmo fare poi?
Se tutti scappano, allora vuol dire che dobbiamo scappare no?
O siamo noi che ci facciamo le paranoie? Ecco... è un racconto sulla paranoia.
Tutti si comportano in un certo modo e noi ragioniamo di conseguenza.
Il racconto è del 1954, per altro, quindi non è che ci si può cercare grandi appigli storici intorno che lo spieghino. E' un racconto bello, e basta. Con la solita bravura di Dino che non mette né una parola in più, né una in meno. Essendo però il più esistenzialista dei tre, è anche quello che ho preferito meno, pur piacendomi. Questo poi me lo ricordavo bene.

E niente... è un lavoraccio.
Mi sto ascoltando, poi, il primo disco dei Red Hot... quello col loro nome, del 1984, e boh... non lo conoscevo nemmeno, confesso. E non è mica brutto... grezzo, ma sincero.
Ma era di Buzzati, che parlavamo... e del secondo racconto.
Ecco, l'Uccisione del drago vi strappa il cuore. Se siete sensibili alle violenze sugli animali, lasciatelo stare. Vi ammazza dentro. Il racconto è proprio tragico, perché tragici sono i fatti narrati, e c'è questo rimanere in bilico tra fiaba e storia vera che proprio è straniante.
C'è un drago, e una allegra combriccola parte per vedere dove sta e ammazzarlo.
E niente, lo trova, è vecchio, è brutto, inutile, non oppone resistenza, e soprattutto, non muore mai.
Alla peggio è velenoso, ma... chissenefrega. We are humans...
Ecco. Gli umani, che brutti animali che sono. Ma poi, anche questo è un racconto simbolico. Si usa l'animale per difendere la diversità e la rarità. Metteteci una razza, una lingua, un oggetto, un luogo... metteteci cosa volete al posto del drago. Ecco la terribilità dell'homo che distrugge, invece di preservare.
Che poi, Dino Buzzati era molto attento a ambiente e animali, basta vedere il segreto del bosco, per dire, ed penso che il racconto sia meno simbolico di quanto sembri.

Terzo, per me era bellissimo. Ma angosciantissimo.
Ma per qualcuno potrebbe non esserlo. Me ne rendo conto.
Io ho timore della perdita della libertà. Ho timore dell'oscurantismo, dell'ignoranza, della folla che perde la testa, dei pazzi finti di rabbia. E ora è la loro epoca. I social li hanno liberati, accresciuti, incattiviti e scatenati. Gentismo e populismo e razzismo e altre cose in ismo armati dall'ignoranza. E il confine con la cattiveria è labile, a volte non c'è proprio. Ed ecco che questo racconto, anni '50, sembra volerci raccontare cose di adesso.
Non aspettavano altro.
Non leggo tutto, ma voi potete, questa disamina del racconto,
Io vi dico che è uno specchio della misera natura umana pronta a scatenare la rabbia e soprattutto a ricercare motivi per la rabbia, o per l'indignazione che si scatena in rabbia.
Insomma... questo racconto sembra raccontare fb sessant'anni prima.
Ci sono due viaggiatori, in treno, arrivano, città sconosciuta, viaggio di merda, caldissimo. Alberghi tutti pieni. Eppure sembrano vuoti, ma gli dicono no qui, no lì ecc. Lo straniero non lo vogliamo. Eppure sono due persone ammodo... boh, allora escono, almeno un bagno, dicono, ma andate ai bagni pubblici. E niente, coda infinita. La fanno, e poi alla fine restano fregati pure lì, li trattano di merda. E via... almeno un po' di refrigerio nel parco, una fontana. Ma niente, loro no. Siete estranei, uscite, la fontana è per bambini. Voi no. Se non ve ne andate.... dovete morire. Dalli dalli allo straniero. In un crescendo di irrazionalità e folla che diventa torturatore medievale e si aizza da sola. Ecco.
Con una bella fakenews in mezzo: la signora voleva nuocere al mio bambino. Uccidiamola.
Insomma... è un racconto a suo modo spaventoso. Di quelli che ti fanno venire voglia di entrare dentro la storia e uccidere tutti. Dimostrandone la verità e che la verità è anche la nostra, che leggiamo, che non siamo migliori di quelli lì, tra le righe.


E io la chiudo qua, che è tardi e vado a fare una corsa. E boh... stasera la prendo con calma, che ogni tanto bisogna. Ah... vi posso dire, così, per dire qualcosa, che è uscito in EP dei NIN, e che c'è anche roba nuova degli Arcade, ma non sono in vena di entrambi.

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